martedì 24 aprile 2007


Veruscka aveva l’odio negli occhi. Bella. Bella ma glaciale.
Arrivò alla stazione di Bologna con uno zaino in spalla, si guardava in torno come una turista.
Guardò l’ora e si avviò alla fermata dell’autobus. Doveva andare a casa di un’amica che l’avrebbe ospitata per qualche giorno.
Intanto destava curiosità nella gente che la guardava come se fosse un altro essere. Bella, glaciale e prorompente, difficile non notarla.
Arrivò a destinazione, passò per un supermercato e comprò una bottiglia di whisky.
Fu accolta da forte entusiasmo in quella casa piccola e stracolma di roba.
Veruscka si mise comoda sul divano, accese una sigaretta e versò del whisky a lei e l’amica. Passarono un paio di ore a parlare, a raccontarsi, a ridere rumorosamente e a bere.
Poi Veruscka guardò l’ora e andò in bagno a prepararsi.
Doccia, crema, calze a rete fuxia, minigonna di pelle nera, maglietta nera scollata e aderente, tacchi a spillo, rossetto fuxia.
Un po’ barcollante diede l’ultimo sorso a quella bottiglia ormai dimezzata e uscì facendosi ingoiare dalla notte.
Accese una sigaretta, camminava e camminava con andatura sexy ma un po’ incerta.
Faceva caldo, aveva caldo.
Arrivò sotto la pensilina di una fermata d’autobus, si fermò e si sedette. Aprì la borsetta di peluche fuxia e controllò che avesse tutto con se. Accese un’altra sigaretta e attese.
Si fece rapire dai suoi pensieri. Orribili pensieri che avevano l’aspetto di orchi malefici e mostri abominevoli. La rabbia la assalì come ogni volta, ebbe ancora più caldo, si alzò e si levò la maglietta di dosso rimanendo in reggiseno.
In quel momento si avvicinò un’auto vecchiotta che si accostò a lei. Veruscka si avvicinò all’auto barcollando, appoggiò le mani sulla cappotta e si sporse al finestrino.
Era un ragazzino! Lei non sapeva cosa farsene dei ragazzini.
“100 euro per una scopata, bello” sparò lei.
“E’ troppo! E per un pompino?” chiese il ragazzino grattandosi sulla testa.
“100 euro!” sparò ancora lei con un ghigno sul viso.
“Vabbè, grazie lo stesso, ciao” e se ne andò.
La ragazza rimase in piedi camminando su e giù come se stesse sfilando su una passerella. Era vistosamente sudata, l’alcol che aveva in corpo le rallentava i movimenti.
Ecco un’altra auto. Una BMW bianca la abbagliò. Si fermò un tipo grassoccio, ben vestito.
Veruscka gli si avvicinò come una pantera, entrò nel finestrino con il busto appoggiando le mai sul sedile del passeggero.
“Hai bisogno di emozioni forti, caro?”
“Si bellezza, quanto vuoi per due ore di fuoco? Ti porto in motel.”
Veruscka lo guardò dritto negli occhi e dopo qualche secondo di silenzio sussurrò: “50 euro”.
“Salta su!”.
Si allontanarono lentamente sparendo nel buio.
La ragazza scrutava l’uomo, aveva un rolex enorme e odorava di soldi.
“Beviamo qualcosa?” chiese lei.
“Ci facciamo portare quello che vuoi in camera”.
Arrivarono al motel, ordinarono del vino bianco, presero la chiave e salirono le scale. La stanza era vuota, c’era solo un enorme letto al centro.
Veruscka andò in bagno, si asciugò il sudore con una salvietta e fece pipì.
Quando uscì l’uomo era già in mutande sul letto a sorseggiare dalla bottiglia. La donna si tuffò accanto a lui e si fece imboccare alla bottiglia.
“Come ti piace?” chiese all’uomo.
“Fammi tutto quello che vuoi”.
Veruscka lo guardò negli occhi e accennò un sorriso tagliente.
Prese la bottiglia dalle mani del grassoccio e gliela versò addosso. Cominciò a leccargli il vino per tutto il corpo. Poi lei avvicinò le labbra al suo orecchio e sussurrò: “Picchiami”.
“Oh no, questo no” rispose l’uomo con il viso inebriato di piacere.
“PICCHIAMI!!” urlò lei ubriaca.
Ci fu una colluttazione mentre lei continuava ad urlare: “Ancora!! Fammi vedere che uomo sei! ANCORA!” sembrava fuori di se.
“Strappami i vestiti! Violentami! FALLO!! FALLO!!”.
Continuarono per una mezz’ora, poi, tra affanni e gemiti di piacere, lui venne.
Si ricomposero. Veruscka aveva le calze strappate e il trucco sgualcito.
Scesero in portineria, l’uomo pagò e mentre si avviavano verso l’uscita lei urlò: “Mi hai violentata! Brutto figlio di puttana!”.
In auto l’uomo le diede i soldi e l’accompagnò alla fermata dell’autobus.
Si buttò giù dall’auto, velocemente prese il rossetto dalla borsa e scrisse sull’asfalto il numero di targa di quell’auto che lentamente se ne andava via.
Pianse. Poi prese il telefono e chiamò la polizia.
“Mi hanno violentata!! Ho il numero di targa di quel bastardo! Aiutatemi!”
Quella sera passò la notte al comando della polizia. Venne ripulita e coccolata e l’uomo della BMW venne arrestato quella stessa notte.
Vinse la causa, incassò un sacco di soldi.
Poi dopo qualche giorno ripartì. Alla stazione, nell’attesa, prese dallo zaino una cartina dell’Italia, la aprì a terra ben stesa e mise una croce su Bologna con il rossetto.
Quella cartina era piena di croci fuxia, da Ragusa a Bologna. Sembrava una battaglia navale, “colpito…affondato…”.
Ora guardava alla prossima città.
Arrivò il treno e, mentre ripartì portandosi dietro storie e anime, un uomo attraversò la stazione con una radio in spalla che trasmetteva “Vecchio Bambino” di Gino Paoli.

lunedì 16 aprile 2007

RICORDI LONTANI

Da piccola mi ripetevano spesso che gli altri erano meglio di me e che, qualsiasi cosa avessi fatto nella vita, sarei rimasta sempre all’ultima fila.
Allora mi sono protetta con una porta, rimanendo dentro quattro mura per non farmi vedere da quell’esterno mondo troppo perfetto per me.
Sono uscita poi, con troppe cose da dire. Così tante che la mia bocca ora fa fatica a sostenere un discorso logico.
Ora sono gli altri a proteggersi da me, nascondendosi dentro quattro mura. Ed io sono fuori, in quel mondo che non è poi così perfetto, ancora sola. Io di qua, loro di là.
Sono appena uscita dall’ennesimo colloquio andato male e mi lascio cadere in pensieri che mi ricoprono di merda.
E’ inutile, fino a quando esisteranno i colloqui io rimarrò disoccupata!
Per troppo tempo ho avuto la convinzione di essere inferiore agli altri, ora quella convinzione è diventata l’espressione del mio viso. Loro se ne accorgono e appena mi vedono…..via, mi chiudono la porta in faccia!
Sono sulla strada sotto il sole del mattino già cocente. Il luogo sembra abitato solo da enormi capannoni grigi, l’unica cosa che si muove sono io.
Vado alla fermata dell’autobus, leggo gli orari. Prossimo autobus ore 12:35. Guardo l’ora: le 9:18! Merda! Cosa faccio?
Dietro di me un verde campo di grano mi fa sentire piccola e sola. Mi rimetto in cammino.
Cammino, cammino, non mi spaventa camminare, da qualche parte arriverò, magari ad un’altra fermata, oppure incontrerò qualcuno a cui chiedere informazioni!
Intanto cerco di ricordarmi la strada che ho fatto per venire qui. Cammino in quella direzione. Mi ritrovo su uno stradone trafficato.
Merda! Le cose si mettono male! Continuo a camminare, non mi fermo mai, sembro un automa.
Cerco di rintracciare un amico che lavora da queste parti. Telefono spento.
Chiamo un altro amico, anche lui lavora da queste parti. Il Telefono squilla ma nessuna risposta…..ovvio, no?
Ora comincio seriamente a preoccuparmi, ad incrementarmi l’ansia sono queste auto maledette che mi sfrecciano accanto e che ogni tanto mi suonano in faccia.
Una diramazione della strada mi fa esitare ma io non posso fermarmi e prendo una decisione frettolosa. Mi dirigo verso una strada che, ahimè, comincia a salire.
Appena mi rendo conto che questa strada è la tangenziale mi balena in mente l’autostop. Noo!! Non posso fare l’autostop!! Non ho il coraggio!
In questo frangente mi accorgo con la coda dell’occhio che un auto si sta per fermare. Viene verso di me! No, non accetto nessun passaggio!
L’auto si ferma, il finestrino si abbassa mostrandomi un tipo in giacca e cravatta con tanto di occhiali da sole. Mi fermo anch’io.
“Dove sta andando?!” mi chiede “lo sa che questa è una tangenziale?”.
“Si ma mi sono persa! Devo tornare a casa!”.
“Se continua di qua finisce in autostrada! Dove deve andare?”.
Cazzo, ora non ho scelta: “A Bologna!” gli dico sconvolta.
“Vieni, ti do un passaggio”.
Sospirando non ho scelta. Apro lo sportello e finisco dentro.
Il signore sembra gentile e disponibile ma non riesco a fidarmi.
Mentre gli spiego come mai mi trovavo lì, lui mi scruta.
Poi, dopo un po’ di silenzio mi dice: “Però! Sei carina!” e ancora con quegli occhi addosso “Io sono libero ora, se ti va possiamo andare sui colli a bere qualcosa, ho una casina lì su” mi disse indicandomi di fronte.
“No, mi dispiace ma DEVO assolutamente tornare a casa!”. Sono così tesa che non riesco ad appoggiarmi allo schienale del sedile.
“Alla prima fermata dell’autobus scendo” dico fermamente.
Così fu.
“Lei è stato molto gentile, veramente grazie!”. L’ho detto con il cuore in mano, sono felice perché era andato tutto bene, perché sono in città ed è stato lui a mettermi al sicuro.
E benché ora quel signore allontanandosi tornava ad essere uno sconosciuto, mi rimaneva dentro la gioia di essere salita su quell’auto.
Certo, l’occasione fa l’uomo ladro ma tutto sommato quel signore così distinto è stato l’unico ad avermi aperto la porta.
(…ed io a chiudergliela in faccia!).