martedì 29 maggio 2007


27 maggio 2007
Sono sola in casa. Adoro avere la casa tutta per me, divento anarchica.
Leggo seduta sul divano circondato dalla mia roba: tabacco, tovagliolo di carta, accendino, cartine lunghe, cartine corte, una piccola lastra di zinco incisa e ormai ossidata, una sigaretta mezza svuotata e attorcigliata, un frisbee che contiene qualcosa, un cuscino stropicciato, un porta rullini.
La musica mescolata al traffico della finestra danno ritmo al mio silenzio.
Leggo.
Dal secchio dell’immondizia ormai pieno, ad un certo punto cade un sacchetto di cellofan accartocciato. Attrae la mia attenzione.
Lo guardo giacente sul pavimento. La forma assunta dal sacchetto è simile ad un uomo rannicchiato in forma fetale, sembra quasi muoversi per tentare di uscire da quell’involucro che lo soffoca.
Continuo a guardare quella plastica bianca e mi dico: ‘ no, sembra una donna con la testa appoggiata ad un cuscino che si protegge in un cantuccio. E’ triste. Potrei essere io!
Cominciano a venirmi in mente quei momenti gettati in una stanza, l’involucro che mi proteggeva dalla giungla di cemento.
Ho gettato una parte della mia vita in una stanza di plastica.
Poi ho deciso che dovevo liberarmi, che dovevo essere come gli altri e….stavo per esserne risucchiata. Aahhhh!!!
Oggi non mi importa più di dovermi amalgamare per diritto, non mi importa più di sapere cosa pensano gli altri di me.
Il sacchetto di cellofan ora non è più l’involucro che avvolge il mio corpo ma è l’involucro che soffoca il mio cuore.
Non ho scampo.
Ecco! Ancora con questi pensieri negativi! Sarà la pioggia.
Ma no, oggi la pioggia è piacevole, mi mette pacatezza.
Ho bisogno della pacatezza, della tranquillità assoluta.
Mmhhh! Che bello stare da sola, su questo divano, con questa musica, con quel sacchetto che giace ancora lì.
Ma si…..facciamoci un’altra canna!

venerdì 25 maggio 2007

Discorsi ambigui aleggiano nella stanza di fumo.
Io li vedo quegli occhi, quei sussurri e quei gesti in codice, li sento ed echeggiano nella mia testa.
No, è tutto sbagliato. No, forse è tutto giusto.
E’ questo quello che vorreste, rapirmi al mio destino e farvi vostra mettendomi in un taschino.
Sguardi di paglia, avete paura. Sorrisi tristi, avete invidia.
Mi sono messa in centro, tra due fuochi incrociati che mi attraversano e mi spengono. Sento il peso delle vostre attenzioni che gravitano intorno al mio pube, il centro del vostro universo.
Sono la vostra gravità. Venite a me.

venerdì 11 maggio 2007


Mi manca la terra sotto i piedi. Precipito o sono in volo? Forse se fossi in volo non mi mancherebbe la terra. Allora sto precipitando senza mai schiantarmi al suolo, senza sfracellarmi. Ma quel vuoto nello stomaco che si percepisce in caduta libera non mi lascia mai.
Ho il cuore che non sopporta più il suo triste battito.
Ho gli occhi che non sopportano più di guardare il buio dei miei pensieri.
Ho le mani che non sopportano più di afferrare il nulla.
Ma eccomi sempre qui, in caduta libera.
Eppure quegli occhi….quegli occhi mi hanno lasciata sospesa per un po’, dandomi una tregua nell’infinito precipitio.

lunedì 7 maggio 2007


Conoscevo Robert da una settimana circa, ci siamo incontrati a cena da un amico comune. Oggi ho un appuntamento con lui per parlare di un video che realizzeremo insieme.
Lo aspetto ad una panchina del parco all’ombra di un albero fiammeggiante. Lo vedo arrivare con aria sicura di se. Mi si ferma davanti allargando quell’angolo buio che mi ero ritagliata per me.
“Ciao” gli dico guardandolo dal basso della mia panchina.
“Ciao, spero che non mi hai aspettando molto” mi dice accennando un sorriso.
Poi mi si siede accanto scivolando con me nell’ombra fresca. Cominciamo a parlare.
Immagini immaginarie si intrecciano alle nostre parole e al gesticolare delle nostre mani, occhi cercano occhi, parole chiamano parole e l’olfatto si inebria di calore.
Parliamo con lentezza mentre tutto intorno corre veloce.
Parliamo, ma ora le parole diventano un mezzo futile per richiamare occhi, occhi che non si vogliono lasciare.
Ad un tratto solo occhi e silenzio, tutto aveva smesso di emanare suoni. Silenzio e occhi che lo riempivano. Solo occhi dunque e neanche il silenzio.
“Si è fatto buio, che ne dici se andiamo da me? Ho del vino” mi dice lui.
“Perché no!”.
Ci alziamo da quella panchina e ci avviamo verso i colori della città.
Entriamo in un cortile buio e vuoto, poi ci ritroviamo davanti una porta di legno scorticato. Lui prende dalla tasca posteriore le chiavi ed apre.
Le pareti sono tutte imbottite da quel materiale isolante che si usa nelle sale musicali, color rosso sangue. C’è ordine e l’ambiente mi mette pacatezza.
Ci accomodiamo su un divanetto in una stanzetta dove c’è un amplificatore da basso, un grosso tappeto al centro e alcune custodie di strumenti.
“Che bello! Hai una stanza tutta per suonare!!” gli dico spalancando gli occhi.
Non mi risponde, continua a guardarmi negli occhi senza mollarmeli, poi si alza e sparisce dietro la porta. Torna subito dopo con la bottiglia di vino e due bicchieri. Si siede, mi passa il bicchiere, me lo riempie, riempie anche il suo. Cin e sorsata, poi ancora occhi.
Lentamente comincia ad avvicinare il suo viso al mio, si ferma vicinissimo alle mie labbra sfiorandole appena. Poi ci baciamo, prima con dolcezza, poi con passione.
Rimaniamo avvinghiati sul divano per un po’ di minuti. Ci accendiamo, lui lentamente mi porta ad alzarmi senza smettere di baciarmi, poi mi fa indietreggiare, mi afferra con le mani intorno alla vita e mi solleva. Mi fa sedere sull’amplificatore e si allontana ad aprire una delle tante custodie. Estrae un bel basso color azzurro grigio, lo attacca e comincia a suonare.
I suoi battiti sono secchi e ben scanditi, ogni tanto mi lancia sguardi di pura passione e intanto continua a suonare accelerando il ritmo per poi rallentarlo.
Sotto di me sento le vibrazioni di quei suoni pulsanti che diventano il mio battito. Mi lascio inebriare, mi lascio accarezzare e mi lascio appassionare. Quel piacere sale, mi lascio andare seguendo quel ritmo galoppante che mi muove dentro e fuori. Mi prende, mi lascio catturare. Poi il piacere aumenta fino a portarmi all’estasi.
Tutto tace e il silenzio mi riporta in quella stanza che appena un attimo prima era scomparsa sotto di me.
Robert ripone il basso nel suo involucro, poi si avvicina a me come se non fosse successo nulla, come se eravamo appena entrati nella sua casa. Io smonto dall’amplificatore e gli vado incontro, il cuore mi batte ancora forte. Lo afferro per la nuca e lo avvicino alle mie labbra ancora vogliose.
Ci ribaciamo ma appena io lo stringo forte a me in un abbraccio lui mi allontana con una mano.
Lo guardo, ci guardiamo, poi lui abbassa lo sguardo. Si apre la lampo dei jeans e si cala giù le mutande. I miei occhi sprofondano in un abbisso. Cazzo! E’ completamente evirato!
Non ha….non ce l’ha! Lo riguardo negli occhi dispiaciuta, poi gli chiedo “Ma tu….tu come fai a provare piacere?”.
Lui continua a guardarmi senza dire nulla, poi abbassa lo sguardo ed esce dalla stanza.
Io rimango pietrificata appoggiata al muro a pensare.
La luce della luna entra nella stanza.