giovedì 12 luglio 2007


Eccomi, la peccatrice è qui. Beffatevi di me.
Il rogo di spine che porto dentro mi scortica le membra, mi incide gli organi. E cresce, avanza.
In ginocchio abbasso la testa tra i capelli che coprono la vergogna.
Lapidatemi, mandatemi al rogo, fucilatemi, impartite al mio corpo ogni tipo di tortura….io rimarrò in ginocchio a non guardarvi negli occhi.
Anche una foglia secca cade dal suo ramo, ma poi ne ricrescerà un’altra, più verde, più bella, più dura di prima.
Aspetto il sole che mi accarezzi e mi faccia rivivere di nuovo. E di nuovo.

martedì 3 luglio 2007


Sono sola, ma non è ancora così.
Sono sola e forse ancora non me ne rendo conto.
La lavatrice ha appena smesso di strizzare, fa caldo.
Mi faccio una doccia, mi asciugo, poi apro la lavatrice e prendo una mutanda bagnata, la indosso.
Poi anche una maglietta e indosso anche quella.
Completo l’abbigliamento con una gonna presa dall’armadio, le scarpe ed esco.
Aahhhhhhh, un po’ di freschezza ci voleva, peccato che si asciugherà tutto presto.
Percorro strade e marciapiedi, mi incanalo nelle viuzze della città. Cammino, non ho niente da fare e cammino.
Sono arrivata alla spiaggia di cemento, qui c’è sempre folla e la gente sembra improvvisamente impazzita. Cambio zona ma vengo fermata da un ragazzo.
“Scusa ma con me non vuole parlare nessuno!” mi dice con l’espressione quasi tendente al pianto “vengo da Giamaica, sono ingegnere, vorrei un amico, nessuno vuole parlare con me! Tu vuoi essere mia amica? Io…..solo!”
Non faccio in tempo a rispondergli e lui riprende: “Parli inglese?”.
“Little” rispondo io.
“Allora tu insegni me italiano io inglese a te. Fumi?”
Ed io: “Si”.
“Allora io porto te fumo da Giamaica” mi risponde alzando il sopracciglio destro.
Poi comincia a parlarmi in inglese, io ogni tanto capisco e rispondo in sillabe, ogni tanto non capisco e annuisco soltanto.
Sembra veramente triste, mi dispiaccio e cerco di dargli sicurezza, gli dico in inglese che dovrebbe sorridere di più.
Lui ogni tanto mi prende la mano tra le sue, si avvicina, poi ancora: “Che fai in questi giorni?”
“Torno giù a casa dai miei per il week end”
“E quando torni?”
“Domenica. Lunedì lavoro”
Lui mi prende ancora la mano e avvicinandosi mi dice: “Quando torni mi chiami? Ti do il mio numero”.
Io gli dico di si, tanto è ovvio che non lo farò. Mi da una penna, non abbiamo un pezzo di carta ma io in borsa ho il giornale del giorno e lo scrivo dietro, nella pagina della pubblicità.
“John. Io sono John. Non buttare però il giornale. Non lo butti, vero?”
Scrivo John accanto al numero poi lui ovviamente mi chiede: “Mi dai anche il tuo numero? Così magari ti chiamo anch’io”.
Io penso, ecco, lo sapevo. Strappo un lembo del giornale e gli scrivo il mio numero, ovviamente cambiando una cifra, poi scrivo il mio nome accanto al numero.
Mentre gli porgo il pezzo di carta lui mi fa: “E’ numero giusto?”
“Certo” gli rispondo fermamente io.
“Non è finto, vero?” insiste lui. Lui continuava a chiedermi se quel numero era giusto, io continuavo a confermargli di si. E più lui insisteva più io mi sentivo bastarda. Sono bastarda?
Amico, non è che posso dare il mio numero a chiunque me lo chiede. Anche tu lo sai che questo numero è fasullo. Chissà chi gli risponderà, poverino.
“Ti posso chiamare domani?” mi chiede lui quando forse si è convinto che il numero era mio.
“No! Domani no, lunedì.”
“Ah, domani no. E domenica?”
“Lunedì” ribadisco io “ora però devo andare”.
“Ok allora ci sentiamo” mi riprende la mano e mi bacia sulle guance. Ci lasciamo.
Riguardo quel numero che ho scritto in malo modo, piego il giornale e me lo infilo in borsa.
Mi viene in mente un documentario sulla Giamaica e sugli giamaicani. Le turiste sole vanno sulla spiaggia e subito vengono avvicinate da aitanti ragazzi del posto. Questi ragazzi offrono prestazioni sessuali in cambio di regali e soldi.
Non voglio dire che quel tale aveva quelle intenzioni ma ci pensai lo stesso.
E tu, ragazzo giamaicano sei venuto qui a fare lo stesso? Qui non hai scampo, la tua fortuna forse era lì. Lì le donne vengono apposta, pensai. Ma ovviamente quel tipo è venuto qui per ben altre ragioni.
Siamo tanti al mondo, troppi. Facciamo sempre più fatica a interagire tra di noi perché ci fidiamo sempre meno del prossimo. Mi dispiace. Io sono la prima a starmene fuori dalla mischia ma mi dispiace lo stesso.
Mi dirigo verso casa. I miei vestiti sono tornati asciutti già da un po’.
Passando vicino ad un cestino per la spazzatura, prendo il giornale dalla borsa e lo getto via.