
Sono stata in una cascina di montagna, sono stata al caldo, il profumo di quell'ambiente metteva calore, fame, genuinità.
Ho mangiato cinghiale, ho bevuto vino rosso, dopo anche un grappino.
Ora è venuto il momento di andare.
Fuori il tramonto fa contrasto con il grigiore autunnale e, dietro le montagne si può scorgere un alone rossastro che delinea le vette giallo-grigie.
L'aria poi è inebriata di bosco, di ossigeno puro, di fresco essenziale.
Non posso far altro che inebriarmi totalmente di tutto ciò e spogliarmi del resto.
Prendo la bici, ma prima di iniziare a lasciarmi andare, indosso un cappuccio voluminoso che mi copra il viso...
Ora vado, pedalo ma lascio subito che la discesa diriga la mia andatura. Chiudo gli occhi, mi rilasso, mi circondo di natura di bosco.
Sorrido al benessere, all'oblio che mi porta giù e mi fa stare bene.
La luce ormai soffusa del cielo mi fa ancora compagnia nella strada costeggiata dai boschi.
Sono sola, tutto questo sembra tutto e solo per me. Scendo, scendo ancora.
Poi cominciano a vedersi le prime forme di civiltà, e via via entro in città, con i suoi colori elettrici ed essenziali.
Anche i rumori assumono via via intensità più stridule.
Eccomi giunta in quella che chiamano civiltà. Io, completamente nuda sulla mia bici, inebriata di selvaggina.
Intorno a me sfrecciano i rumori, le luci dei semafori e delle insegne, i colori lucenti, i rumori dei clacson che mi assalgono.
Ogni tanto qualcuno mi saluta libidinosamente, qualcun'altro mi si accosta divertito.
Io continuo ad andare avanti, anche se ora comincio a sentirmi diversa.
Pedalo, ancora e ancora, socchiudendo gli occhi nei rettilinei.
Dentro di me sento il battito cardiaco di un cane che mi riscalda con il suo pelo.
La natura mi ha resa disinibita, libera, quasi ingenua a tutto il resto.
La civiltà scorre intorno a me abbagliandomi e stordendomi.
Intanto io, nuda e ovattata continuo la mia pedalata verso casa che, spero, sia ancora lontana.
