martedì 27 febbraio 2007

Sono al bancone di un bar, in piedi, con i gomiti appoggiati al marmo nero, avevo sete. Mentre mi godo un fresco bicchiere di acqua, qualcuno dietro di me fa il suo dovere. Lo sento che ansima ed io aspetto che finisca.
Dopodiché lo sento allontanarsi ed io posso andare.
Sto andando a fare un colloquio di lavoro, sono un po’ tesa e cerco di stemperare un po’ di tensione canticchiando la musica che ho nel lettore.
C’è un po’ di nebbia che non mi aiuta a sorridere ma farò finta che il sole sia dentro di me.
Sono davanti al portone, suono il citofono, mi aprono ed entro. Come al solito sono in anticipo, meglio prima che tardi!
Ad accogliermi c’è una segretaria dalle forme generose che sorridendomi mi fa accomodare in una saletta illuminata artificialmente con quadri minimali ai muri.
Sono sola, mi guardo nel vetro di un quadro tutto nero per capire se sono presentabile, mi guardo le scarpe….le uniche che ho! Certo, sono un po’ usurate, non sono eleganti e spero che il mio selezionatore non sia come Nanni Moretti….sarei fregata!
Mentre cerco di strofinarmi i piedi dietro i polpacci arriva la generosa segretaria che con un cenno del capo mi dice che tocca a me.
Eccomi!
Mi fa entrare in un ufficio, alla scrivania c’è una donna (cazzo, questa mi guarda le scarpe!). Sorridendo mi siedo al suo cospetto. Lei parla, io farfuglio. Io farfuglio, lei parla.
Ora ci alziamo, mi fa fare un tour dell’azienda. Mentre lei descrive il loro lavoro come un critico d’arte, io osservo i luoghi, le persone e tutto l’acquario.
“Questa sarà la stanza in cui tu potresti lavorare” mi dice. Giusto, la tipa usa il condizionale, è giusto!
C’è però qualcosa che non mi quadra: ci sono cinque tavoli contro il muro, tutti abbastanza alti e senza sedie.
“Si lavora in piedi qui?” chiedo ingenuamente.
“Certo, altrimenti come si fa? Vieni, ti faccio vedere il contratto”.
“Il contratto?! Ma questo non è solo un colloquio?”
“Lei mi sembra perfetta per questo lavoro” mi dice sorridendo con tutti i denti che ha “Prego, si appoggi qui”.
Mi appoggio con i gomiti su uno di quei tavoloni e comincio a leggere il contratto. Nel frattempo entra un tizio che mi porge la penna e si posiziona dietro di me.
Sto firmando. Il tizio mi ha messo le mani ai fianchi, mi spinge e mi spinge. Io sono così presa da quel contratto che non ci faccio caso. Dopo un gemito il tipo mi molla e si da il cambio…con la selezionatrice. Anche lei usufruisce di me.
Ho firmato, mi giro, la donna si sta sistemando la gonna.
“Sei dei nostri, cominci domani” mi dice con l’affanno.
Mi accompagna alla porta, esco.
Le goccioline di nebbia mi inumidiscono il viso. Cammino ed avverto un certo fastidio all’ano.
Sarà un buon lavoro questo!! Mi troverò bene qui!!
Nel frattempo……

mercoledì 21 febbraio 2007


Si narra che due secoli fa in una campagna del Sud Italia, viveva una famiglia di contadini formata da nove elementi (padre, madre e sette figli). Tutti in famiglia davano una mano per mandare avanti la baracca. Carmela, penultima figlia, aveva dieci anni ed era quella più affezionata al padre, tanto che era sempre con lui.
Una mattina padre e figlia si recarono alla palude a caccia di anatre.
“Mi raccomando, stammi dietro e segui le impronte dei miei stivali ” si raccomandò il babbo. Carmela da brava figlia calpestava le impronte lasciate dal padre trasformandosi quasi in un gioco.
Gli anni passarono, così come anche le stagioni, i figli crebbero, formarono altre famiglie e i genitori invecchiarono nel loro casolare.
Carmela rimase con loro.
Da quel fatidico giorno in palude successero cose strane. Involontariamente a Carmela si verificarono le medesime cose del padre.
All’età di vent’anni si procurò una cicatrice all’avambraccio con un ramo di rovi.
A venticinque anni si ammalò di polmonite, guarì dopo un anno di malattia.
A ventotto si sposò con un suo compagno di scuola e rimase nella sua casa, in seguito ebbe sette figli. Il penultimo figlio gli era particolarmente affezionato.
Continuò instancabilmente a lavorare nei campi.
Il padre morì all’età di settantadue anni per un ictus celebrale.
Carmela cadde in depressione, mandò lo stesso avanti la sua casa e la sua famiglia, senza sosta.
A settantadue anni ebbe un ictus, rimase in coma per due giorni e in quei momenti ripercorse la sua vita e ripercorse quelle impronte di stivali.
Morì, portandosi con se quel segreto.
Oggi io faccio molta attenzione a non calpestare i percorsi delle altre persone, per strada o in un parco,
Chi mi cammina davanti potrebbe essere una storia da imboccare.
Attenzione!

venerdì 16 febbraio 2007


« Corri forte ragazzo, corri.
Alza il pugno senza tremare
guarda in viso la tua realta’
guarda avanti non ci pensare
la storia viaggia insieme a te »
(L’ elefante bianco (CRAC!) )

mercoledì 14 febbraio 2007

C'era una festa, c'era un po' di gente.
Io e Gianni eravamo sdraiati su un divano, o forse su un letto...diciamo su un divano letto ed eravamo tutti molto allegri.
Non so quanta gente poteva esserci ma ad un certo punto Gianni mi guarda con complicità e mi chiede se ci sto a fare uno scherzo. Io mi illumino sorridendo.
Tira fuori un cazzo finto, enorme, di un materiale molto simile a quello umano, infatti sembra vero, guarda te!
"Perchè non fai finta di avere un cazzo? Tiè, indossalo!".
Io eseguo, mi abbasso i pantaloni, mi abbasso lo slip...mamma mia! Sembra mio, lo guardo attentamente sul mio pube e...sembra che ho davvero un cazzo! Non c'è trucco, non c'è inganno. E poi...è enorme, sono super dotata.
Me lo tocco, è duro. Mi piace. Continuo a toccarlo e mi piace sempre di più.
Dormo o son desta? Che sudata però!

venerdì 9 febbraio 2007


Sono in giro per la città. Mi sono persa di colpo, o meglio non so da quanto mi sono persa. Come al solito mi immergo in conversazioni celebrali che poi sembrano materializzarsi attorno a me ed il mio corpo diventa solo una parte meccanica.
Non so più dove sono, ne dove devo andare.
“VICOLO PAGLIACORTA” leggo.
Brucia in fretta, bisogna far presto. Mi sale l’ansia, mi sono persa, non dimentichiamocene.
Ecco due vigili, chiedo a loro: “Scusate, dov’è via…..via…..non mi ricordo il nome della via! Oh, scusate ancora!”
Beh, effettivamente non ho fatto una buona figura agli occhi di quei due ma cosa importa, tanto non li rivedrò mai più, spero.
“VIA STRAZZACAPRE” *
Cazzo! Dalle stalle alle…stalle!
Io non ho mai munto una vacca ma ho bevuto il latte appena strizzato e l’ho bevuto proprio lì, nella stalla. Sentire proprio quegli odori con quei sapori. Inimitabile. E poi mungere non dovrà essere affatto facile, ci vuole un buon movimento di polso. Cercare di simulare il ciuccio di un vitellino.
Ma ad un certo punto i miei pensieri sul vitellino vengono risucchiati da uno strano avvenimento.
Mi fermo.
Guardo un omino che fa una magia strana. Prima è in abito verde, poi…puf…diventa rosso ed io rimango lì ferma a fissarlo. No!!! Ora è diventato arancione! E’ bravissimo! Sarà uno di quegli artisti di strada che si guadagna da vivere. Ma si, quanto ho in tasca? Dunque 1 euro e 21 centesimi, toh! Gli sorrido e dietro di me ci sono altri curiosi che erano fermi lì, sorrido anche a loro.
Si è fatto un po’ buio, la città cerca spazio tra le luci dei lampioni e mi ritrovo davanti la T luminosa di un tabaccaio.
Ecco ora ricordo!! Dovevo comprare le cartine! Cazzo i soldi!!

* la via giusta era via Strazzacappe ma avevo letto male…

giovedì 8 febbraio 2007

Riflettevo tra me e me, oltre che in una vetrina del centro.
Cos'è la bugia? Una difesa?
E la verità? Sarà un'arma allora?
Tutto questo da una frase letta in un vespasiano: "Se la menzogna non esistesse, non esisterebbero neanche le guerre".
Fino a che punto? Se io dovessi dire per filo e per segno tutto quello che il mio cervello mi passasse...beh...starei sul cazzo a molte persone. Ma tra il non dire e il dire bugie c'è una bella differenza.
Per quanto riguarda le guerre...beh...quelle ci sarebbero sempre, ma questa è un'altra storia.

Ri-riflettevo su un' cosa...
Io ho utilizzato la parola "bugia", il tipo del vespasiano "menzogna".
Forse ho sbagliato...
Qui ci sono le differenze.

mercoledì 7 febbraio 2007


Era il 1492 quando Cristoforo Colombo scoprì l'America e scoprì anche una risorsa da sfruttare: gli schiavi.
Questi esseri umani erano visti diversi, erano selvaggi e ignari di ciò che c'era oltre la loro favolosa terra.
E allora bisognava portarsi dei souvenir come frutti strani di una terra da esplorare o colori mai visti prima o ancora...uomini forti dai mille usi. Si, quei selvaggi potevano far comodo alla gente civile.
Così iniziò la tratta degli schiavi. Uomini (se così si poteva dire) costretti ad essere rinchiusi nelle galee in balia di padroni armati, dovevano remare in coperta, legati ai banchi per la voga senza sosta e senza un compenso di nessun tipo.
Anche oggi ci portiamo dentro questo stereotipo criminale.
E' il 2007, ci siamo riempiti di souvenir e gli schiavi vengono chiamati collaboratori.
Io sono una collaboratrice, piacere.
Il mio posto di lavoro è uno spazio largo quanto il mio culo (e non avendo un gran culo lo spazio è veramente limitato), non vedo un centesimo da mesi e mesi e il mio padrone è lì dietro di me a frustarmi ogni volta che gli prude la mano.
Io sorrido e sorrido, sono ignara del mondo che mi circonda. Sono una diversa che crede in un giorno migliore.
Campa cavallo che l'erba cresce.
Campa uomo che il tempo stringe.
Stringi i denti che il culo duole!

martedì 6 febbraio 2007